Nelle biografie ufficiali il termine figlio d'arte diventa tanto abusato da apparire ripetitivo, ma nel caso di quella che si va delineando qui di seguito c'è da premettere che vi sarà da aggiungere un'altra definizione, cioè quella di famiglia d'arte.
Raffaello Celommi nacque a Firenze il 19 aprile 1881 dal pittore già noto ed affermato Pasquale Celommi (Monepagano 1851 - Roseto 1928) e dalla fiorentina Giuseppina Giusti.
La passeggiata, olio su tela 18 x 25 cm. Adolescenza fine`800 (1894-95)
Una notazione, forse banale, può servire come segno premonitore che lo proietta definitivamente verso il mare, sempre artisticamente parlando. Qualche mese dopo la nascita, nella casa materna di Firenze, si ammalò ed il medico ordinò che fosse riportato a respirare aria marina. Da quel momento "Felluccio" (é sempre stato chiamato con questo colorito e popolare diminuitivo) non si staccò più, se non per brevi periodi da quel paese che ha avuto un trittico di denominazioni: "Le Quote, Rosburgo, Roseto degli Abruzzi".
-Contemplazione - Civica Pinacoteca,Teramo -dipinto nel 1897 a 16 anni
Che Raffaello Celommi dovesse diventare pittore era quasi scontato. Gli insegnamenti del padre, che intanto si stava inserendo fra i grandi della pittura dell'800, lo portarono ad attuare i propositi destinati ai "figli d'arte". Tutti coloro che rientrano in questa categoria vengono a trovarsi di fronte ad una situazione di privilegio-svantaggio.
Il primo si riferisce al beneficio di affrontare gli scogli propedeutici in casa, o meglio in famiglia, il secondo invece attiene alla pesante eredità che riceve, specialmente quando il passaggio del "testimone" artistico si rivela definitivo.
La raccolta della "cischia"
Superato il prezioso avvio paterno, colui che era destinato a diventare il secondo anello della prestigiosa catena dei "pittori della luce", si iscrisse a vent'anni e frequentò con profitto l'Accademia di Belle Arti di Roma. Intanto il padre si era fatto costruire, a pochi passi dalla battigia, fra i pini contorti e nodosi, uno studio che fu chiamato il "Castelletto" per il suo stile falso Medioevo e per le sue merlature guelfe.
Padre e figlio lavoravano l'uno al primo piano e l'altro al piano terra. Entrambi prendevano la luce da due finestroni aperti sul mare dai quali oltre al chiarore, essenziale per i pittori, entravano anche aria ed odore si salsedine. Spesso nello studio di Celommi fu ospite Francesco Paolo Michetti (1851-1929), già da allora ritenuto „leader“ delle arti figurative abruzzesi. “Don Ciccillo” trasecoló quando vide per la prima volta una tela dipinta dal giovinetto Celommi e nelle successive visite al “Castelletto” non lesinó elogi e fu prodigo di consigli definendo la sua pittura un’arte “varia e vigorosa”.
Nel 1928 morì Pasquale Celommi. Tutta Roseto, che solo da un anno aveva abbandonato la denominazione di Rosburgo, definita troppo asburgica, fu in lutto. Per Raffaello Celommi si preparavano tempi duri. A parte il dolore per la perdita incolmabile del genitore, si sapeva che da quel momento i confronti sarebbero stati per lui carichi di accostamenti continui, ma seppe fare la sua scelta.
Studio di nudo maschile, 1905 Accademia-Roma
Entrò nel vecchio studio, che un velario di mestizia aveva avvolto dopo la morte del capostipite dei Celommi e ricominciò a lavorare su di una tela bianca, appoggiandola sul cavalletto del padre che andò a prendere al piano di sopra, lo stesso cavalletto che per oltre mezzo secolo aveva sostenuto i più bei quadri del genitore.
Si congiungevano così i due anelli di una dinastia d’arte e si scongiurava una discontinuità che ci avrebbe privato di tanti capolavori. Nel 1929 Raffaello Celommi sposò la giovane romana Luigia Rosati, figlia del grande musicista Luigi Rosati (1855-1921) che fu direttore dell’Accademia di
Santa Cecilia a Roma e maestro del grande tenore Beniamino Gigli. Anche Luigia Rosati-Celommi era una provetta pianista e coltivava studi di letteratura francese. L’amore sbocciò come spesso avviene, quando la giovane romana, villeggiante a Roseto, cominciò a prendere lezioni di disegno prima e di pittura poi dal Maestro.
Raffaello Celommi non partecipò a molte mostre e cercò di tenersi lontano da concorsi ed estemporanee (che allora erano rarissime). Lo studioso rosetano Raffaele D’Ilario (1903-1985) scrisse laconicamente, a questo proposito, ma rendendo bene l’idea, che Raffaello Celommi pensò soltanto a lavorare.
Ritorno a casa
Sappiamo comunque – e lo leggiamo su uno degli articoli del D’Ilario – di un suo grande trionfo alla prima mostra marinara, in cui il mare, le “lancette”, le vele colorate ed i marinai che sbarcavano le “coffe” ricolme di pesce elementi che componevano le marine celommiane, affascinarono i visitatori. E’ dato per certo che il gallerista viennese Joseph Wintersteis, che acquistava a scatola chiusa le opere di Pasquale Celommi, nonostante che, per sua stessa ammissione, diffidasse dei “figli d’arte” quando vide una tela del figlio del suo fornitore, fece un’eccezione alla regola.
La stessa cosa avvenne a Roma . Nelle vetrine della famosa galleria d`arte “Giulio D`Atri “ di piazza di Spagna, quelli che erano abituati a fermarsi per ammirare le marine e le scene agresti di Pasquale Celommi, continuarono a farlo , anche se la firma in calce alla tela era quella di Raffaello Celommi.
-Ritratto del padre Pasquale 1928, olio su tela 77x60
Quello del pittore rosetano non fu un isolamento artistico, né si può dire che la sua arte si sia fermata. Egli completò il paesaggio campestre, la struttura delle sue marine, si specializzò nella ritrattistica, cogliendo con tratti sicuri lo specchio dell’anima del personaggio ritratto.
Tutti i suoi soggetti vagliati criticamente, superando il confronto inevitabile con l’opera paterna, risultano essere genuini interpreti di una colorita e suggestiva antologia del folklore e delle tradizioni popolari della gente d’Abruzzo. Curò minuziosamente i mutamenti dell’abbigliamento, sia dei pescatori che dei contadini, riportando con visioni fedelissime la scenografia ideale dei paesaggi.
Ma bisogna convenire che conservò di suo padre Pasquale tutto ciò che non poteva e non doveva essere sovvertito. A questo proposito scrisse Dino Satolli, critico d’arte e collaboratore di molti giornali italiani ed esteri, villeggiante “eccellente” di Roseto e grande amico di Raffaello:” Conservò nelle sue tele la luce ed i motivi cari al padre, acquistando anche qualcosa in morbidezza, forse a scapito di un’autonomia, o, se si vuole, di una contestazione che allora sarebbe apparsa sterilmente polemica”. E ancora:” La pittura di Felluccio appariva schietta, senza artifici di violenze cromatiche, di toni aspri e di crudezze di segno”.
Dove si trovano le opere di Raffaello Celommi? Una scrittrice che si firmava “Tamara” raccontò in un elzeviro, pubblicato sul mensile “Sardegna “ di Cagliari, nel marzo del 1921, che recava il titolo Un Celommi a Parigi: “Fra le mostruosità dell’arte d’avanguardia spiccava, come un miracolo, un quadro d’eccezione, una marina; la firma era di Raffaello Celommi un abruzzese noto agli amatori d’arte”.
Altre opere si trovano in una galleria d’arte di Chicago, oltre che in molte collezioni d’arte figurative italiane ed estere.
A Teramo si possono ammirare tre prestigiose opere, nel Museo civico.
Per quanto concerne l’arte sacra, una tela raffigurante S. Antonio da Padova si trova nell’omonima chiesa di Pescara.
Raffaello Celommi si spense a Roseto il 3 marzo 1957.